Mons. Enelio Franzoni – Medaglia d’Oro al V.M.

FRANZONI don Enelio - Diocesi di Bologna
cl. 1913, da San Giorgio di Piano (Bologna) Com. div. « Pasubio »

Medaglia d'Oro. - « Cappellano addetto al comando di una grande unità, durante accaniti combattimenti recava volontariamente il con­forto religioso ai reparti in linea. In caposaldo impegnato in strenua difesa contro schiaccianti forze nemiche, invitato dal comandante ad allontanarsi finché ne aveva la possibilità, rifiutava decisamente e allor­ché i superstiti riuscirono a rompere il cerchio avversario restava in posto con sublime altruismo per prodigare l'assistenza spirituale ai feriti intrasportabili. Caduto prigioniero e sottoposto a logorio fisico prodotto da fatiche e da privazioni, noncurante di se stesso con sovru­mana forza d'animo si prodigava per assolvere il suo apostolato. Con eroico sacrificio rifiutava per ben due volte il rimpatrio onde continuare tra le indicibili sofferenze dei campi di prigionia la sua opera che gli guadagnò stima, affetto, riconoscenza ed ammirazione da tutti. Animo eccelso votato al cosciente sacrificio per il bene altrui». Fronte russo, dicembre 1942 - Campo di prigionia, 1942-1946.
B.U.   1951   d.   6   pag.   862.

 ENELIO FRANZONI - Tenente Cappellano della Divisione "Pasubio"
......Noi cappellani siamo rimasti in otto, concentrati a Suzdal insieme agli ufficiali.
Facciamo domanda per essere smistati nei lager dei soldati. La risposta è "niet". Com­prendiamo bene il motivo: i russi catechizzando i soldati per farne dei propagandisti comunisti, il cappellano potrebbe essere elemento di disturbo. Pazienza, resteremo con gli ufficiali.
Il lager che ci "ospita" è un Cremlino in piena-regola (Cremlino è ogni monastero-for­tezza). Al centro dell'area che è molto vasta, figura una basilica dalle caratteristiche cupole a cipolla, adibito a magazzeno vestiario. Accanto, la cella campanaria; nell'area del cortile le abitazioni; attorno una possente cerchia di mura vegliate notte e giorno dalle guardie armate. Credo che nessuno di noi neppure in sogno abbia tentato di evadere. Dei monaci che l'abitavano, l'unica traccia è un muro crivellato di colpi: sono finiti tutti lì.
Facciamo domanda al Comandante del campo, di poter celebrare la Messa. La doman­da è audace, ma il Comandante quasi si scandalizza, dicendoci che in Russia c' è libertà di culto: se vogliamo, possiamo dire la Messa.
«Ci procuri, se è così, pane e vino ed un calice dai musei dell'ateismo!»
Risposta: « Niet! Dovete arrangiarvi...!» E noi ci siamo arrangiati.
Dopo un anno di prigionia finisce il digiuno eucaristico. Alcuni dei nostri lavorano al forno e ci fecero avere farina bianca. Due ferri da stiro arroventati, una cucchiaiata di pappina bianca.....esperimento fallito; occorre una goccia d'olio sulle piastre; ed ecco le "ostie".....
Ma il vino di uva?...la provvidenza non manca mai. I russi ci distribuivano acini d'uva, passila, ma non troppo. Elemosinando qua e là un acino, ed era grosso sacrificio privarsi di un acino, ne mettiamo assieme un certo malloppo. Spremuti, ne venne fuori un liquido di colore non ben definito, ma veniva dall' uva; ed avemmo il vino per la Messa.
Il primo calice fu un bicchiere slabbrato, ma poi il tenente dei bersaglieri, Andrea Ver­sori, ne fece uno di alluminio da una gavetta; poi venne il mio di legno di betulla. Mi fu regalato dagli amici nel X° anniversario della mia ordinazione della prima Messa, il 28 marzo 1946.
Si tassarono di pane e zucchero e lo commissionarono ad un ufficiale tedesco che lavo­rava il legno con chiodi schiacciati a mo' di pialla. E poi venne il camice con lenzuola tra­fugate.... e venne la pianeta...
Il tenente Carlo Vicentini del Battaglione "Cervino" disegnò sulle due parti ampie volute di edera e per l'edera fecero ottimo servizio le fodere delle giubbe grigioverdi; da una bandiera rossa ricavammo gli orli tutt'attorno ; nelle parti centrali un bel calice giallo ricavato dai bracciali che tutti dovevamo portare; dall'altra parte un cuore (di Gesù) san­guinante, rosso, con corona di spine. Era una meraviglia!
Quelle Messe! fossimo stati - noi cappellani - sul punto di perdere la fede ci avrebbero tenuto su quegli occhi che ci sentivamo addosso durante la celebrazione, pieni di passione per i troppi amici perduti, scavati da troppe sofferenze, imploranti, contro ogni speranza, di poter tornare a casa.
p. 113