Comunismo – Centomila gavette di vergogna.

COMUNISMO - Centomila gavette di vergogna.
In Urss migliaia di prigionieri italiani. Che per Togliatti non bisognava aiutare.

Vincenzo Bianco, funzionario del Pci, durante la guerra responsabile a Mosca per i prigionieri italiani nei lager sovietici, nel gennaio 1943 scrive una lettera allarmata a Palmiro Togliatti, suo superiore diretto e dirigente del Comintern.
Bianco assiste quotidianamente alla tragedia dei soldati dell'Armir nell'inferno dei campi di concentramento, abbandonati al gelo dell'inverno russo, affamati, senza cibo, senza medicine, senza indumenti, angariati da sorveglianti spietati, perennemente nell'angoscia di sentirsi accusare di crimini di guerra e di sparire nei gelidi misteri della Siberia. Questa gente è destinata a morire a migliaia e Bianco, pur animato da tutt'altri sentimenti che da carità o amor del prossimo, capisce che conviene fare qualcosa, anzi che qualcosa deve fare il capo supremo, il Migliore: "affinché non abbi (sic) a registrarsi il caso che non muoiano in massa, come ciò è già avvenuto. Perché i superstiti, ritornando, faranno un lavoro da canaglia, e noi, ed i nostri cari compagni di qui, non abbiamo bisogno di ciò".
Ed ecco la risposta di Togliatti: "... se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente nulla da dire. Anzi... Io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere... ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hengel diceva essere immanente in tutta la storia". Traduzione: queste migliaia di connazionali prigionieri stanno bene morti, non deve interessarci la loro fine, perché avviene secondo i canoni della giustizia storica com'è nei disegni dell'idealismo hegeliano. Una elegante lezione di realismo marxista-leninista, oltre che di comprensione per le sofferenze di connazionali in catene. Non risulta che, di tutto questo, una volta tornato in Italia e quindi non più timoroso dell'ira di Stalin, Togliatti si sia pentito. Vergognato, forse sì: ma qui si entrerebbe nei meandri delle coscienze.
Ora il tema del mancato pentimento dei loro crimini (o della consapevolezza e della correità nei crimini del Grande Fratello) da parte dei vetero-comunisti italiani torna alla ribalta. Viene dalla Francia, dove è uscito il terribile "Libro nero del comunismo", in cui un gruppo di storici condanna quei crimini e dove ci si chiede come mai non facciano altrettanto gli intellettuali ex comunisti. Sicché Le Monde rimarca "l'assordante silenzio degli ex membri del Pci". Ma mentre Cossutta afferma perentoriamente: "Non c'è nulla di cui noi comunisti italiani dobbiamo pentirci", Massimo D'Alema, con maggiore sensibilità politica, definisce di fronte a Biagi "un crimine orrendo" i milioni di morti causati dai regimi comunisti e quel crimine orrendo condanna, prendendone le distanze. Purtroppo, tra i milioni di morti c'erano migliaia di italiani senza colpa né peccato, della cui sorte e delle cui condizioni i comunisti del Pci erano al corrente, e che non solo hanno tormentato nei lager per lavarne il cervello e convincerli ad aderire al paradiso sovietico, ma hanno lasciato morire per calcolo e per interesse politico: come prova la cinica lettera di Togliatti al compagno Bianco.
Queste migliaia di italiani erano i superstiti della disfatta delle nostre divisioni sul fronte del Don, avviati alle retrovie con le interminabili marce del davai (avanti) nella neve e nel gelo, disarmati, senza difesa d'abiti o di scarpe, stipati per centinaia di chilometri nei carri bestiame aperti alle temperature polari della steppa, privi di cibo, spesso crollanti per la fatica e le ferite e allora abbattuti a fucilate, ombre scure nel bianco di una apocalittica anabasi verso l'ignoto. Non si è mai saputo con esattezza quanti fossero, chi fossero e quanti ne siano morti; i sovietici, che non si presero cura dei loro connazionali finiti prigionieri dei tedeschi (ed anzi, dopo la guerra li relegarono per punizione a loro volta nei lager), tanto meno si occuparono di questi scalcinati italiani venuti a fargli la guerra e ai quali, ora, chissà perché, avrebbero dovuto provvedere.
L'Agenzia Tass fece sapere che i nostri prigionieri erano tra gli 80 e i 115mila. Radio Mosca li ridusse a 40mila. Il ministero della Difesa italiano ne identificò 64mila su 80mila: ventimila, rimasti senza nome, erano morti durante le terribili marce o fucilati. Questi dati, inoppugnabili, si ritrovano nel bel libro di Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky "Togliatti e Stalin", edito dal Mulino, dove si possono leggere, documentati, altri particolari agghiaccianti di una tragedia i cui corresponsabili comunisti a tutt'oggi non figurano pentiti. Nei campi imperversavano gli istruttori politici del Pci per indottrinare i prigionieri, spesso con angherie e violenze. Tra essi si distinse Edoardo D'Onofrio, nel dopoguerra parlamentare del Pci, che con la moglie di Togliatti Rita Montagnana e il cognato Robotti (tutto in famiglia...) dirigeva "Alba", il giornale dell'ortodossia sovietica che si tentava di diffondere nei lager. Nel 1946 alcuni reduci della prigionia in Russia pubblicarono un opuscolo per denunciare le persecuzioni subite da D'Onofrio, da Robotti e dagli altri funzionari moscoviti del Pci. D'Onofrio li querelò e perse la causa: per tutto il tempo del processo tramò con l'ambasciatore sovietico a Roma, Kostylev, e con Togliatti per avere da Mosca elementi che lo sollevassero. E siccome uno degli ultimi reduci della prigionia, don Brevi, era stato tra i suoi accusatori, D'Onofrio tentò di procurarsi una ipotetica denuncia a suo carico quale criminale di guerra, inoltrata - si pensi - da un altro cappellano militare, il noto don Franzoni, poi abate di San Paolo fuori le Mura in Roma. Denuncia che non venne mai trovata per la semplice ragione che non era mai esistita. E D'Onofrio tentò di vendicarsi cercando di impedire il rimpatrio degli ultimi prigionieri rimasti ancora in Urss.
Franzoni, chiamato a testimoniare, non era stato trovato e il delicato Robotti si diceva "... estremamente dispiaciuto che finora questo traditore non sia stato punito come merita, in particolare durante un viaggio a Vienna...". Insomma, chi è colpevole di non averlo ammazzato, come insegnava il Piccolo Padre?
Credo che si potrebbe pubblicare un "libro nero del comunismo italiano" e che dovrebbero comparire, con i nomi e i cognomi, coloro che furono coinvolti in quella tragedia italiana. Coloro che si accanirono contro i loro connazionali prigionieri, che li lasciarono morire e che addirittura sulla loro eliminazione specularono per i vantaggi politici che disumanamente la loro parte poteva trarne. Qualcuno si è pentito di tutto questo? Qualcuno, almeno, se ne è vergognato? O basterà l'occasionale compianto per le vittime del Porzûs e delle foibe per rinnegare sinceramente quel "crimine orrendo"?
Di Silvio Bertoldi, dal Corriere della Sera di mercoledì 14 gennaio 1998.