Terrificante odissea degli italiani in Russia.

TERRIFICANTE ODISSEA DEGLI ITALIANI IN RUSSIA.

Qualcuno è stato nel paradiso sovietico.
"Gli infelici urlavano dalla febbre, invocavano madri e spose, si protendevano come allucinati fantasmi verso i reticolati, per chiedere un tozzo di pane."

Sulle varie versioni più o meno documentate, ma tutte concordi circa la drammaticità delle sofferenze subite dagli uomini dell'Armir rimasti prigionieri dei russi, è forse possibile fare una luce completa attraverso il racconto terrificante di un sacerdote mantovano, il tenente cappellano Umberto Alai, ritornato recentemente dai campi di prigionia sovietici.
Dopo un anno di prigionia in campo tedesco, costretti a lavorare come schiavi nelle miniere di rame della Serbia, mal nutriti e sfruttati, inondati di scarafaggi e di cimici, i militari italiani che non avevano voluto aderire alla repubblica di Salò, né piegarsi a Hitler, conobbero la gioia della liberazione nell'ottobre 1944, quando le vittoriose forze russe raggiunsero e superarono la zona.

Un corteo di 4.000 uomini.
Un corteo di quattromila italiani, repentinamente rinati alla speranza, iniziò così la sua marcia, ma percorsi appena pochi chilometri, un capitano russo ubriaco ordinò ai suoi uomini una rigorosa perquisizione dei prigionieri italiani, al fine di privarli delle eventuali armi in loro possesso. Furono trovate in tutto una baionetta e una rivoltella raccattate lungo il cammino dai soldati. Bastò questo per giustificare, a titolo di castigo, la rapina di ogni oggetto di valore, dall'orologio al bagaglio personale. Ingannati da continue menzogne, stanchi e affamati, i prigionieri liberati vagarono per giorni e giorni fino a che altri soldati russi, armati fino ai denti, operarono a Tinovo una nuova perquisizione, frugando in ogni tasca, distruggendo tutti i documenti più preziosi, come gli elenchi dei compagni morti e la pianta dei cimiterini disseminati nella Balcania, togliendo dai piedi le scarpe in buono stato e sostituendole con altre, a brandelli e persino profanando con furia vandalica l'Altare da campo, frantumando il Calice e stracciando i Libri Sacri, ritenuti trattati di propaganda.
Infine, dopo una marcia di cinquanta chilometri sotto una pioggia torrenziale, durante la quale parecchi compagni caddero sfiniti - racconta il cappellano Alai - ci fecero traghettare il Danubio presso Vidin, trasportandoci quindi a Calafat in Romania dove ci lasciarono 40 giorni a far da schiavi nel porto, a lavorare 17 ore su 24 sotto il bastone spietato dei bessarabici.
In seguito, a scaglioni, gli ex prigionieri vennero imbarcati su di un barcone che risalì il Danubio per 800 Km, fino a Reni; 400 uomini furono pigiati in ogni stiva che ne avrebbe contenuti a stento un centinaio. Per un mese gli infelici vissero in quelle condizioni, senza potersi muovere, costretti a servirsi collettivamente di un grande mastello messo al centro della stiva per le loro necessità. Una zuppa, un pezzetto di pane secco e un po' di pesce salato: logorati da un simile irrisorio nutrimento, coperti di pidocchi, sbarcarono a Reni, da dove vennero avviati in una serie di caverne scavate nella nuda terra, umide, sporche, prive di illuminazione e sferzate dal rigido ed implacabile vento della Bessarabia. Bastonate e rancio sporadico.

Il delirio e la morte.
In mezzo a tanto orrore - prosegue il sacerdote - scoppiò l'epidemia di tifo petecchiale. Curati affettuosamente e instancabilmente dal medico italiano, gli infelici urlavano, vaneggiavano, divorati dalla febbre e dal delirio, invocando le madri e le spose, chiedendo disperatamente pietà. Cento, centoventi soldati morivano ogni giorno; gli altri, come terrificanti fantasmi, si protendevano verso i reticolati, soltanto per chiedere un tozzo di pane. L'elenco dei seicento morti mi venne anch'esso rubato durante un'ulteriore perquisizione...
Ma ecco che i trasporti ripresero e i russi mandarono alcuni gruppi di prigionieri a Griasovac a circa 400 chilometri a nord di Mosca. Il viaggio ebbe la durata di un mese e fu caratterizzato da un freddo pauroso e da una fame allucinante. Dopo un altro mese di contumacia in tale zona, nuovamente perquisiti, i derelitti vennero accompagnati in un nuovo "lager" dove rimasero circa un anno, ossia fino all'aprile 1946, data della partenza per l'Italia.
- Ci hanno liberati - conclude il cappellano militare - liberati di tutto, spesso anche della vita.